Tre ore di intenso lavoro, tre passate di estirpatore, tre di fresa, la semina e una rastrellata per interrare il seme. Tutto questo per seminare 90 metri quadrati di terreno. Per qualcuno siamo dei pazzi ma a noi questa definizione non piace; preferiamo definirci degli amanti.

Amanti del territorio dove siamo nati e cresciuti, in cui abbiamo deciso di rimanere, preferendolo al cemento delle lontane citta’. E’ un territorio difficile, quello di montagna, fatto di tanti piccoli pezzi di terra, sparsi qua e la, ripidi, poco accessibili con mezzi agricoli di grandi dimensioni e oggi, purtroppo, sempre piu’ spesso abbandonati e coperti di rovi.

Decine e decine di terrazzamenti, duramente realizzati dai nostri avi, che di generazione in generazione sono stati lasciati soli, nella mani di una natura selvaggia che, con forza, si rimpossessa di cio’ che a tutti gli effetti gli appartiene, quasi a volerci dire, andatevene, avete gia’ fatto abbastanza problemi. I veri disastri, pero’, non sono questi piccoli pezzi di terra, creati dall’uomo per necessita’ ma l’avvento dell’agroindustria, che non curante di cio’ che ci circonda, vi ha convinti a volere sempre di piu’ da questa povera natura, che tanto ci dona ma a cui voi, purtroppo, date veramente poco.

Per noi tutto questo deve cessare, e ogni anno, passato il freddo inverno, ci armiamo di falce e zappa e, uno a uno ridiamo vita ai pezzi di terra per decenni lasciati soli. Non ci serve la chimica, non ci servono pesticidi e nemmeno fertilizzanti, ci bastano solo la passione e il rispetto per la natura. Perche’ l’agricoltura di montagna, quella vera, e’ possibile e noi, insieme a tanti altri, ne siamo la prova.

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